mercoledì , 13 dicembre 2017
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Due aziende smaltivano illegalmente le scorie tossiche

La Inox Acciai di Beinasco, un’azienda come tante altre. Il settore è in crisi. Qualche anno fa il titolare Giorgio Apra decide di avviare la procedura fallimentare. Poi l’idea: una riconversione produttiva e la scelta di entrare nel mercato dello smaltimento dei rifiuti industriali. Un’attività fiorente, in particolare se la si esercita con sistemi illegali a danno delle imprese che pagano i prezzi di mercato per far confluire la propria «spazzatura» speciale in idonee discariche. Dopo il sequestro di mille tonnellate di rifiuti classificati come speciali, in realtà tossico-nocivi, il titolare dell’azienda di Beinasco è finito nei guai con un altro operatore del settore, Claudio Zanini della «Zani Metal» di Leinì, dove la polizia giudiziaria della Pretura ha scoperto altre quattromila tonnellate di spazzatura industriale molto sospetta. Una buona metà era già stata caricata su camion in partenza per discariche del Veneto.

Anche in questo caso le bolle ecologiche di accompagnamento avrebbero attestato una diversa composizione dei rifiuti. Il danno ambientale dello smaltimento illegale può essere enorme. Un esempio: l’avvelenamento di falde acquifere conseguente allo stoccaggio di rifiuti pericolosi in discariche attrezzate solo per i rifiuti urbani. Purtroppo, sottolineano i magistrati che indagano, la legislazione è insufficiente per colpire con efficacia i reati ambientali. Sei mesi or sono l’inizio dell’inchiesta: la polizia giudiziaria ha sorpreso con 10 tonnellate di amianto, rifiuto tossico-nocivo molto pericoloso, un autotrasportatore di Pecetto di cui non è ancora trapelata l’identità. Era diretto con il suo carico ad «alto rischio ambientale» ad una discarica della Liguria. L’hanno bloccato per strada sequestrandogli il mezzo con il contenuto. In questo modo si è disinnescata una piccola «bomba» ecologica, una goccia nel mare di spazzatura industriale sparsa per l’Italia, come segnalano le indagini avviate da Savona a Napoli.

L’inchiesta torinese sull’imponente traffico di rifiuti tossico-nocivi ha individuato la rete di smaltimenti illegali che faceva capo ai due imprenditori e all’autotrasportatore. L’indagine coordinata inizialmente dal pm Paola Stupino del pool ambiente della Pretura, si è estesa ad un’altra ipotesi di reato, la truffa, e a questo punto sono intervenuti altri due pm, Oneglio Dodero e Antonio Rinaudo. Era stato accertato che l’auto- trasportatore truccava il peso dei rifiuti tossico-nocivi ritirati e li miscelava con altri meno pericolosi, con costi di smaltimento inferiori. Di qui l’ipotesi di una truffa ai danni di un centinaio di aziende. Smaltire rifiuti classificati speciali costa dalle 80 alle 100 lire il chilogrammo, un po’ meno quelli «urbani». Molto di più i rifiuti tossico-nocivi, che sono gli scarti di lavorazioni industriali inquinanti. I prezzi per questi ultimi variano secondo il grado di pericolosità delle sostanze. Il costo medio si aggira sulle 1000 lire il chilo. E’ stato calcolato che il traffico illecito rendeva 900 milioni «in nero» ogni mille tonnellate. Dalle prime indagini, estese alle aziende di Beinasco e di Leinì, si è scoperto il trucco di bolle ecologiche – per la legge solo scritture private, quindi non sanzionabili – che attestavano la partenza di carichi classificati come speciali, in realtà tossiconocivi, verso discariche gestite da amministratori compiacenti. Nello scorso autunno erano stati arrestati per favoreggiamento due amministratori di una discarica pubblica di Novi Ligure, che avevano fornito all’organizzazione la documentazione per attestare lo smaltimento di rifiuti nel loro sito e finiti invece chissà dove.